Oggi ci sono un’infinità di acque toniche e sode ed il segreto è quello di trovare la combinazione migliore che possa abbinarsi alla maggior parte dei nostri drink e che, se miscelata, aiuti a risaltarne le note senza compromettere il tutto con la sua amarezza. Ci sono quelle molto secche (senza l’aggiunta di spezie o aromi) che vanno benissimo per drink come il Gin Tonic, magari con distillato secco e di gradazione, ma altre destinate ad essere utilizzate con distillati aromatici e agrumati devono o dovrebbero essere in linea con questi gusti. Si pensi per esempio alla nota acqua tonica mediterranea, per citarne una.
C’è poi tutto il mercato delle cosiddette “Indian” che uniscono all’amarezza del chinino, altre spezie come pepe e zenzero o botaniche importate da paradisi esotici. Non dimentichiamo quelle più spiccatamente aromatiche e agrumate, come quelle al bergamotto.
Zenzero Tonic water, Mediterranean, Bergamotto, Chinotto, Ginger Ale e Ginger Beer, Pink Grapefruit, Mirto, Mandarino, Pompelmo giallo, Tè Matcha, Yuzu, Rosa, Sambuco, Fico d’India, Ibisco e gli immancabili Frutti Rossi sono solo alcune delle aromatizzazioni con le quali praticamente tutti i più grandi competitors nel settore del beverage stanno gareggiando per conquistarsi il cuore, il palato e magari le preferenze del consumatore. (non faccio nomi, ma sono sicuro che ognuno di voi avrà sicuramente in mente la propria preferita!)
A proposito, sapevate che la maggior parte delle acque toniche ha lo stesso contenuto zuccherino della coca cola ( che varia, nello specifico tra il 6 e il 12 % circa )






In tutta questa grande varietà, io non amo particolarmente le bevande sodate amare. Tuttavia adoro il modo in cui riescano a contribuire a creare dei drink fantastici, sempre nuovi e con sfumature che possono variare molto, dal rinfrescante al rigenerante, dal tenero come una coccola al pungente. Mi ha sorpreso anche molto che siano stati proprio dei farmacisti ad ampliarne l’uso e che, per un periodo abbastanza lungo, abbia raggiunto e sorpassato il primato degli alcolici nel consumo fuori casa.
Oggi la conosciamo come quella innocente bevanda che spesso accompagna i nostri drink o che ci disseta nelle giornate più calde e, a dire il vero, nel corso della storia è stata spesso vista come l’alternativa “buona e simpatica” al ben più “pericoloso” alcol, da qualsiasi parte venisse.
Ma non è sempre stato così e anzi, la nostra simpatica soda da compagnia per anni è stata un’eccezionale strumento commerciale e un banco di prova per chimici e speculatori, a volte motivati da nobili intenti, come quello di curarci, a volte più intenzionati ad arricchire il proprio business integrandolo col mercato delle sode.
In una pubblicazione che potete trovare nella sezione “la mia biblioteca” , questo fenomeno viene trattato ampliamente, con dei risvolti decisamente interessanti: (sezione tratta liberamente da “Fix The Pumps – Ricette e storia della soda americana” una pubblicazione che vi invito a leggere)
“Sia i cocktail che le soda fountain (distributori di soda) sono invenzioni americane. Hanno raggiunto i picchi di popolarità in periodi storici in cui varietà di scelta, qualità e servizio erano terreni di scontro. Qualche tempo fa le soda fountain non erano diverse dai saloon di quartiere. Prima del proibizionismo i cocktail e le sode erano bevande creative e ben bilanciate, ma col passare degli anni si sono lentamente trasformate in miscele sintetiche, corrette con tonnellate di zucchero.
Gran parte delle ricette venivano elaborate dai farmacisti e custodite tra le mura delle singole attività. A differenza di quanto succedeva con le ricette di cocktail e pietanze, quasi tutte le ricette a base di soda prevedevano l’impiego di estratti farmaceutici, sostanze chimiche e tinture, accessibili unicamente agli addetti ai lavori. Molte ricette erano tenute segrete a fini competitivi, mentre alcune venivano pubblicate sulle riviste farmaceutiche. I farmacisti non volevano che i segreti del loro mestiere diventassero di dominio pubblico avrebbe penalizzato i profitti.






Le eccezionali proprietà delle acque naturalmente gassate provenienti da sorgenti vulcaniche sono sempre state ben note e apprezzate nel corso della storia. L’effervescenza era una qualità molto allettante, e l’acqua gassata veniva considerata un ricostituente naturale. ( per uno studio approfondito sul processo di industrializzazione della soda vedere Joseph Priesley – 1767- , Johann Jacob Schweppe 1783, John Mathews 1832 ) Più tardi, quando le imprese iniziarono a addizionare aromi e zuccheri alle formule della soda, queste acque artificiali si tramutarono in sode aromatizzate.
Dati i progressi tecnici che combinarono funzionalità e stile per le Soda Foutain (all’inizio erano solo serbatoi con un rubinetto ) questi impianti divennero un investimento vitale per qualsiasi farmacia. Le fountain più eleganti finirono per assomigliare molto ai bar degli alberghi più prestigiosi al mondo, con un arredamento sontuoso e di gran classe. Nel 1875 quasi tutte le città degli Stati Uniti avevano una soda fountain.
Le soda fountain attirarono l’attenzione internazionale intorno al 1890, quando anche le principali città del mondo iniziarono ad assaporare queste nuove bibite. Le prime città europee ad adottare le acque di seltz aromatizzate furono Londra e Parigi. Sebbene le acque minerali naturali fosse ro estremamente popolari in Europa, fu l’americanissima bramosia per lo zucchero a portare questa combinazione al successo. L’espansione febbrile delle soda fountain creò un ambiente molto competitivo. Le farmacie non erano solo in competizione tra loro, ma miravano anche ad accaparrarsi i clienti dei saloon e dei negozi di dolciumi.
I farmacisti cominciarono ad utilizzare le sode come mezzo per somministrare medicinali, che normalmente in purezza avrebbero avuto un sapore sgradevole, inoltre a quell’epoca era risaputo che i farmaci ricostituenti contenevano una notevole quantità di alcol (che per “uso medicinale” non veniva tassato ed era legale). Dopo i medicinali alcolici, le alternative all’alcol più diffuse erano i narcotici. Questi ultimi erano anche detti “nervini, e di solito contenevano cocaina, stricnina, cannabis, morfina, oppio, eroina e altre sostanze neurochimiche.
Era pratica comune ordinare una «dope» (in inglese “dose”, riferito alle droghe,) al bancone della soda.
Nell’ultimo quarto del Diciannovesimo secolo si diceva che chi beveva abitualmente la soda “avesse il vizio della soda” e senza saperlo probabilmente ne era diventato dipendente per la presenza appunto di queste sostanze stupefacenti. All’epoca, sostanze narcotiche come la stricnina e la morfina erano molto comuni, ma la cocaina era la sostanza preferita dai tossicomani della soda. Le bevande più popolari contenevano il vino di coca, che apportava dai 5 ai 10 mg di cocaina per bicchiere. Il dosaggio contenuto in una singola porzione di soda bastava a procurare una blanda eccitazione. E bastava anche a far si che il corpo ne richiedesse ancora, un po’ come per la dose mattutina di caffè (caffeina), ma all’ennesima potenza.
Nel corso di quasi tutto il secolo i cocktail erano stati i tradizionali cicchetti mattutini, ma intorno al 1880 ebbe luogo un cambiamento significativo. Le soda fountain divennero il posto in cui procurarsi il corroborante mattutino, mentre il consumo di alcol si spostò verso le ore più tarde della giornata.
Il prezzo di vendita era un ulteriore elemento che penalizzava i cocktail. Nel giugno del 1885 il prezzo di un cocktail a New York era di 15 centesimi per le miscele più basiche e di 50 centesimi per quelle più elaborate. Una tipica gassosa, la Coca-Cola per esempio, si trovava a 5 centesimi o anche meno, cocaina inclusa.
Nel 1906 fu promulgato il Pure Food and Drug Act, che limitava l’uso di numerosi ingredienti abitualmente contenuti nelle formulazioni delle sode. Questa situazione danneggiò gravemente il giro d’affari dei farmacisti, sottraendo loro il monopolio medico su molte gassose ricostituenti. Dopo l’invocazione del Pure Food and Drug Act, la comunità medica cominciò a rimettersi in sesto. e le vendite delle sode medicinali subirono un brusco calo.“
L’unico corrispettivo moderno della soda americana classica è la cosiddetta «soda italiana». grazie a Rinaldo ed Ezilda Torre, due immigrati italiani. Stando a quanto si legge, nel 1925 i due italiani iniziarono a produrre sciroppi aromatici nel loro drugstore di San Francisco, utilizzando le ricette della loro città di provenienza: Lucca. Miscelarono gli sciroppi con la soda e fecero conoscere a tutta l’America la classica soda italiana». ( anche se la questione è tutt’ora dibattuta se sia storia o un’abile mossa di marketing della ditta in questione)
Se dopo un po’ di storia vi interessa qualche ricetta o consiglio utile, visitate Acqua tonica Home made e Soda Aromatizzata nella sezione un po’ di tecnica del mio sito!!!









