

Non posso dire di essere un gran lettore. Diciamo che divoro abbastanza velocemente i libri che riguardano ogni minima sfumatura del mondo del bar e dell’ospitalità in generale, dall’arredamento all’ultimo cubetto di ghiaccio, ma non leggo molto altro. Adoro però la consistenza del libro e l’esperienza che esso trasmette. Leggere per me non è qualcosa che si può fare per riempire il tempo tra un impegno e l’altro. Mi prendo i miei momenti e mi immergo nelle parole lasciando libera la fantasia e mi godo il materiale di cui è fatto trattandolo come se fosse la cosa più preziosa che c’è. Certo altri formati digitali sono più pratici ma non mi danno le stesse emozioni…io, in barba alle norme sul riciclo o sul sostenibile ( almeno per i libri ) devo avere la “carta” in mano e stampo se mi interessa!
Per questo motivo, nel mio sito ho voluto introdurre una sezione legata alla mia biblioteca, sperando che possa essere utile a chi come me non smette mai di imparare e documentarsi o semplicemente a chi adora questo mondo e vuole saperne di più, anche da semplice fruitore ( che poi chi entra nel mio locale e ordina qualcosa è un ospite e non solo cliente. Comincia a fare parte del mio mondo non come osservatore, ma come parte fondamentale di uno spettacolo comune )
Finito tutto questo lungo e noioso preambolo oggi vorrei, per meglio dire mi sembra doveroso, parlarvi di un libro che tecnico non è, ma che entra nelle nostre vite , di chi fa di questo mestiere, ma anche di chi frequenta i locali ( Cremona in special modo) accompagnandoci in un viaggio di ricordi che alla fine ci lascia con la voglia di saperne ancora e ancora….(almeno AModoMioSpirit)
“La notte è la vacanza del giorno” (G.P)
Il libro in questione è “Volevo essere un calciatore….” di Gianfranco Pola, una persona che ho il piacere di conoscere e che ad ogni incontro è una fonte di nuovi stimoli personali e professionali. Lascio dunque parlare lui, facendo un piccolo estratto delle sue parole ( lo so forse mi dilungherò troppo, ma tante sono quelle che vorrei che voi poteste leggere ) sperando che queste vi incuriosiscano come hanno fatto con me e magari vi invoglino a conoscere meglio il mondo di noi baristi per professione e soprattutto per passione.
“L’ultimo anno di scuola? Tra i miei compagni c’erano esempi di ogni genere: chi avrebbe voluto fare l’elettricista; chi il falegname; chi continuare gli studi e chi portare avanti l’azienda agricola di famiglia. Per parte mia, invece, non avevo ancora ben chiaro che cosa fare. È vero che un’idea mi girava in testa da un po’ di tempo: avrei voluto fare un lavoro che mi desse la possibilità di viaggiare e conoscere persone nuove, nuovi luoghi del mondo… Ma era un’idea che non riuscivo a mettere con i piedi per terra.Una domenica pomeriggio mi trovavo al Bar Sport di Paderno ……. e senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovai a guardare ammirato i gesti e il portamento del barista. Ogni movimento che il suo lavoro richiedeva sembrava che gli fosse suggerito da un’armonia antica. Niente sembrava lasciato al caso e a un certo punto credetti di leggere in quella specie di danza di ogni domenica una sapienza e un allenamento da campioni….. Scoprivo come si può essere eleganti lavorando duro e rimanevo affascinato dalla combinazione perfetta tra i gesti e la figura. Fu una specie di rivelazione. Non saprei come altro dire.”
“Quella sera stessa, tornando a casa in autobus, lasciai correre la fantasia dietro alle fantasticherie in cui mi vedevo fare il barista nei locali di successo della “Milano da bere”. Eravamo negli anni Ottanta e Milano era ormai lanciata tra le metropoli più effervescenti del mondo grazie ai suoi marchi industrialie commerciali: primi tra tutti i marchi della moda, poi quelli legati al tempo libero e all’innovazione tecnologica. Era una città davvero moderna e un pubblicitario molto bravo aveva ideato lo slogan: “Milano da bere” per lanciare l’amaro Ramazzotti, uno degli amari nazionali più popolari. Questo slogan risultò cosi efficace che fini per identificare quel particolare momento storico e per diventare un modo di dire nel bene e nel male.”


“Perché si torna sempre a casa? Perché anziché tornare a Cremona non sono andato, per esempio, a Venezia? Oppure sulla riviera romagnola? Luoghi naturali per un barman. Oppure a Firenze, Roma… in una città all’estero? Perché invece si ritorna sempre a casa? Le risposte a questa domanda potrebbero essere due. La prima: si ritorna a casa per essere utili alla propria città e averne in cambio il riconoscimento di appartenenza che, inconsciamente, sempre si cerca, una sorta di elezione permanente a professionista esemplare. La seconda: si ritorna a casa perché dalla propria esperienza abbiamo appreso alcune cose, una postura rispetto alla vita, una visione del mondo, una cultura del lavoro che possiamo spendere meglio in un contesto che sappiamo essere privo. …… Voglio dire che ciascuno di noi impara cose che possono portare avanti anche di un solo millimetro la società a cui appartiene: è il nostro contributo alla storia. Se poi il contributo che hai dato ti sarà riconosciuto, tanto meglio, ma in ogni caso non potevi esimerti dal fare la tua parte. Cosi funziona, secondo me.”
“Rimasi alla “Capannina” per cinque estati in tutto, e furono stagioni indimenticabili. Ma ogni storia ha la sua fine, per quanto malinconico sia. E anche l’esperienza in riva al Po volgeva al termine.
Credo che un manuale pratico di individuazione del momento giusto per interrompere una storia professionale venderebbe milioni di copie. È infatti uno dei momenti più difficili da scegliere: entrano in gioco l’intuito, l’immaginazione, la psicologia, l’esperienza, e a volte è difficile capirci qualcosa. Io mi fido del mio istinto per la novità: quando inizio a sentire nei miei gesti il peso dell’abitudine, e quando mi pare di non poter più dare niente di nuovo a un posto, allora parto a cercarne un altro.
E così feci anche quella volta. E il cambio fu davvero notevole: aprii un locale nuovo nel pieno centro di Cremona, in una delle gallerie più belle d’Italia, la Galleria XXV Aprile, il principale luogo di attrazione della movida cremonese per tutti gli anni Ottanta e ora salotto della città. Chiamai il mio bar “Gallery”, e dal primo giorno di apertura funzionò a meraviglia…“
Giusto per completezza, volevo darvi un breve estratto anche dell’altra opera in mio possesso,“Stile e tecnica di un barista italiano” vi assicuro che nel caso ne trovaste una copia vale la pena di leggerla!


da “Stile e tecnica di un barista italiano” Gianfranco Pola
“Come salvarsi dal tempo? come sfuggire agli scuotimenti degli anni che rotolano sulle nostre presenze, sulle abitudini e i tavoli da pranzo? Ero tornato in Italia per non ripartire più…. mi ero fermato sulle rive del Po, proprio qui, dove ho scoperto che cosa si prova a sentirsi improvisamente a casa. Così avevo iniziato a raccontare quel che avevo veduto e avevo imparato, affinché servisse a un altro come me venti anni prima, un altro ragazzino confuso e coraggioso, buono per il mondo. Dopo i racconti, dopo il ritorno a casa, ci vuole un libro che funzioni come una cassetta degli attrezzi per chi vuole imparare il mestiere.….”
“Accade qualcosa di simile tra i padroni dei cani e i loro cani: finiscono per assomigliarsi, e così il barista assomiglia al suo locale, c’è poco da fare: è come se vedessi, senza neppure esserne consapevole, la tua storia, i tuoi gusti anche personali, in una sola fotografia sempre mutevole“
“Una decorazione particolare, un aroma, un dono della cortesia, un tovagliolino sotto il bicchiere, per esempio… ecco: bastano cenni minimi come questi per farsi ricordare e quindi preferire dai clienti.” ( tratto da “Stile e tecnica di un barista italiano” Gianfranco Pola)




